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L'ansia è una pianta che si può sradicare PDF 

scritto da F.C. (donna, anni 21)

 

Svegliarsi una mattina e non riconoscersi più. Poche ore di sonno, con la complicità di un mal di testa più forte e preoccupante del solito, sono bastate a scardinare un equilibrio che, forse, era già fin troppo labile.

Aprire gli occhi e vedere buio malgrado la luce, sentirsi il cuore in gola ed il respiro corto nonostante la notturna immobilità, lo stomaco serrato in una morsa agghiacciante.

L'ansia l'ho conosciuta così, è stato questo il suo biglietto da visita. Più i minuti trascorrevano e più aumentava, mi invadeva, si impossessava di ogni singola cellula e io non riuscivo a capirne il motivo. Subire gli effetti di una causa che non comprendevo è stato paralizzante, terribile. Ho sempre cercato di mantenere il controllo; un quotidiano automonitoraggio (forse esasperato) che in quei momenti mi stava letteralmente sfuggendo di mano. Il fattore paura è stato determinante, ha peggiorato una situazione che stava già in un'acuta fase di precipitazione. Una ribellione di mente e corpo, uno tsunami di pensieri e sensazioni negativi che mi hanno travolta. La notte ha cominciato a divenire parte integrante del giorno e in quelle ore in cui normalmente il corpo trova ristoro, ho scoperto che i nervi si sentono. Eccome se si sentono. Il corpo bruciava, avevo l'impressione di trovarmi su di un letto infuocato per quanto ero tesa. Momenti di pura passione, nel senso più religioso del termine.

Poi, parafrasando Montale, "la maglia rotta nella rete", una piccola lanterna nell'oscuro tunnel dentro il quale mi ero addentrata: la psicoterapia. Quando il mio medico mi ha consigliato di rivolgermi ad uno psicologo ho pianto a dirotto, dicendomi: "Preferisco tenermi l'ansia". Per una che considerava Freud un maniaco sconsiderato e quella dello psicologo una figura pressoché pleonastica, posso assicurare che non è stato facile da accettare. Mi sembrava una sconfitta, una delusione cocente verso me stessa, la mia Caporetto personale. Eppure la vita ti costringe a dei gelidi bagni d'umiltà e a prendere atto che da soli, a volte, non è possibile farcela. Dopo sei mesi, so di aver preso la decisione giusta.

Fortunatamente, niente lettini scuri nella stanza, nessuno sguardo indagatore, da sommo giudicatore, ma una scrivania e due occhi azzurri veri e sinceri. Durante le prime settimane, quelle più critiche, difficili da vivere, l'ora settimanale di psicoterapia era la mia ancora di salvezza, lo scoglio cui aggrapparmi in mezzo al mare forza nove. In quei sessanta minuti si trovava la mia serenità, all'inizio temporalmente circoscritta agli incontri e successivamente estesa ai giorni che seguivano.

Mi è sempre piaciuta una cosa: i nostri si chiamavano "incontri" e non "sedute". Potrà sembrare una sciocchezza, ma mi dava un senso di normalità. Così come al mio psicologo ho sempre dato del "tu" e quando parlavo di lui con gli altri lo chiamavo per nome, quasi fosse un amico, una persona che c'era sempre stata. Con il trascorrere del tempo ho imparato a volergli bene e non è poi tanto astrusa come cosa. A lui uno dei miei Grazie più grandi.

Da questa esperienza ho capito che non si può controllare tutto, ogni tanto bisogna lasciarsi andare, abbassare il freno a mano e spingere l'acceleratore, perché siamo come bombe ad orologeria: un secondo e tutto può saltare, ribaltarsi. Ho capito che la mente, talvolta, può essere stanca e giocare brutti scherzi. Ho imparato a non dire più:"Che comportamento esagerato, a me non capiterà perché sono più forte". Ho capito che ci sono cose che ti albergano dentro e che escono senza darti il benché minimo avvertimento ed ho imparato a non terrorizzarmi quando ciò accade. Ed infine, ho imparato a non vergognarmi delle mie debolezze e fragilità, perché a volte ci vuole più coraggio a mostrare le lacrime che a trattenerle.

Questa è la vera forza: comprendersi, accettarsi, amarsi.

 

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