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A testa in giù PDF 

Scritto da S.P. (donna, anni 31)

 

Ho sempre immaginato una seduta di psicoterapia come la si vede nei film: a testa in giù stesa su di un lettino e un medico con blocchetto di carta e penna innanzi a te che ascolta.
E tu parli, parli, piangi, ridi. Un po' così.
E' sempre stato un universo a me sconosciuto e di cui mi sono prontamente disinteressata. Per pregiudizio e diffidenza.
La mia decisione di iniziare un percorso di psicoterapia è stata dettata dalla disperazione, dalla necessità di affrontare un disturbo a cui avevo dato un nome ma senza conoscerlo fino in fondo. Senza comprenderlo.
Leggere, una storia analoga alla mia, mi ha dato la forza per iniziare.
Ed è anche per questo che ora scrivo.

La prima volta che ho avuto un attacco di panico mi sono trovata dinanzi ad un qualcosa di sconosciuto, incomprensibile. La paura che prende la gola, lo stomaco, invade i pensieri.
L'ansia irrazionale di una imminente catastrofe, la paura immotivata, il circolo vizioso di pensieri senza una reale percezione delle cose e la voglia di scappare via. Di cambiare in ogni modo quel momento che stavo vivendo.
Abbandonando luoghi, sguardi, gesti. Essere diversa e distante da quell'inferno.
Il percorso di terapia cognitivo-comportamentale mi ha insegnato cosa accade alle fondamenta di un disturbo del genere, concretizzando e rendendo realistico un problema che avevo evitato da tempo. E soprattutto dandogli una spiegazione logica, oserei dire biologica, chimica.
La scienza aiuta la ragione, le lacrime aiutano il cuore.
Alla radice della cognizione dei meccanismi di ansia ci sono stati sentimenti repressi, incompresi, chiusi in un cassetto di cui sto ritrovando la chiave grazie a questo percorso.
Aprirlo fa male, ma fa più bene e ha fatto più bene adesso conoscere la verità.
Quella che risplende di luce propria.
La terapia mi ha aiutata a capire e razionalizzare i miei tormenti, a mostrare a me stessa e agli altri le mie fragilità di donna ed essere umano senza avere pudore, paura, di essere giudicata.
Mi ha aiutata a capire cosa accade al corpo e al cervello in quei momenti.
Quei segnali che leggevo in maniera sbagliata, che attivavano il meccanismo dell'ansia, della paura, fino a spingersi nel panico più convulso, sto imparando a leggerli nel modo corretto, nel modo in cui vanno letti. Sto educando la mia mente al giusto. O quantomeno alla possibilità che ciò che penso e accade non sia necessariamente una catastrofe o una cosa negativa.
La terapia mi ha aiutata ad amarmi, di nuovo, come avevo smesso di fare, colpevolizzandomi e odiandomi senza averne motivo.
Il lettino non c'era, in fondo, e io non ero a testa in giù. I fogli con la penna sì, ma quelli sono serviti a chiarirmi e ad insegnarmi a leggere il mio corpo e quindi la mia mente.
Non sono "pazza", sono sana, viva, e adesso ancora più consapevole.
Se c'è una cosa di cui vado fiera, oggi, è di aver gettato via la maschera di ferro faticosamente costruita e di aver scoperto che in fondo, nessuno è invincibile.
E che il cuore, anche se fragile e alle volte affanna, se batte, lo senti.
Ho imparato ad ascoltare anche lui.

 

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